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Il nuovo secolo si è aperto, per numerose ragioni, con la centralità della questione qualità delle risorse umane e centralità del progetto personale di sviluppo continuo.
Molti sono gli elementi che concorrono a sottolineare la ineludibilità della sfida ai nostri sistemi educativi, formativi e del lavoro, tra questi alcuni, vale la pena sinteticamente richiamare:
la presente drammatica caduta dei tassi di natalità e progressiva riduzione del peso delle classi giovanili, nelle strutture demografiche dei paesi europei, in primis l’Italia;
il peso crescente di giovani che arrivano, anche con alti tassi di formazione, dai paesi terzi, un patrimonio che se non ‘governato’ produce un dissennato dispendio di risorse, potenzialmente preziose e introduce instabilità pericolosa nella trama che unisce le nostre comunità, in particolare quelle urbane;
la collocazione delle giovani generazioni, che non si trovino in piccole nicchie protette, in lunghe file d’attesa, prima dell’ingresso in un mercato del lavoro non precario;
la coesistenza di domanda di lavoro, che resta inevasa, a causa della non corrispondenza dell’offerta di lavoro (caratteristiche delle capacità professionali offerte dai giovani) alle caratteristiche della domanda, sia nel centro e nord del paese, sia al sud, con gli alti tassi di disoccupazione, accompagnati da bassi tassi di occupazione.
Le nuove tecnologie e i profondi cambiamenti che investono i processi produttivi pongono come decisiva la questione della qualità delle risorse umane, un elemento che da varie prospettive è da anni sottolineato, anche nel nostro paese.
Le parole di Alain Meignant , già responsabile della formazione nel gruppo siderurgico francese Sollac e oggi stimato specialista di sviluppo del personale per le imprese, ben sintetizzano questa prospettiva:
L’impresa non ha problemi di formazione. Essa ha dei problemi che, probabilmente, la formazione, può aiutare a risolvere. Tra questi:
disporre al momento opportuno di persone competenti e motivate,
per realizzare il lavoro necessario, dando loro la possibilità di piena valorizzazione dei propri talenti, ottenendo un livello elevato di produttività e qualità a un costo del lavoro compatibile con gli obiettivi di tipo economico e in un clima, in termini di relazioni, il più favorevole possibile.
La formazione, non cessiamo di ripeterlo, non ha alcuna utilità in se; la politica di formazione, in impresa, non si giustifica di per se stessa, ma per la capacità di contribuire ad un processo complessivo di gestione e di sviluppo delle risorse umane.
Per procedere nella giusta direzione, dobbiamo superare la concezione tradizionale del lavoro e della formazione.
I sistemi educativi dei diversi paesi dovranno rivedere contenuti e modelli formativi, in modo non avventuristico. In ciascun paese, nei prossimi decenni, si porranno problemi complessi, quali i problemi della convivenza di minoranze linguistiche, di territori a diverso grado di sviluppo e/o caratteri originali, con strutture economiche e ambientali non facilmente riconducibili a unicità sul piano nazionale. Crescente rilievo assumerà il tema delle varie forme di salvaguardia delle diversità, come condizione di sviluppo armonico e pacifico.
In sintesi, si tratterà, per i sistemi di istruzione, di cogliere la sfida dell'innovazione affrontando il tema delle autonomie locali e della pluralità dei soggetti educativi, pur entro carte costituzionali che stabiliscano il set di valori e principi di riferimento, senza i quali si rompe lo stesso concetto di unità nazionale.
Per i sistemi educativi e formativi si tratta di identificare quelle competenze di base e trasversali, che debbono essere possedute dai singoli, secondo standard stabiliti, a prescindere dal percorso seguito e in ogni caso di trovare forme di certificazione "leggibili" dai vari sistemi, non più segmenti o cicli, ma sistemi aperti ai quali il singolo si riferirà.
Al sistema di istruzione e formazione professionale resterà il compito originale ed esclusivo di assicurare la transizione al lavoro e l'apprendimento lungo tutta la vita, trovando forme gestibili in termini di professionalità e costi, di accompagnamento del singolo, sia esso occupato, disoccupato o in cerca di prima occupazione.
La formazione delle nuove generazioni al lavoro - il contesto nazionale
I preoccupanti dati relativi ai tassi di disoccupazione, l’affaticamento dei nostri sistemi produttivi, anche a causa del frantumarsi delle unità produttive (fenomeni di outsourcing sempre più diffusi), costituiscono segnali eloquenti delle difficoltà che questo paese ricco di storia e cultura incontra sul terreno della valorizzazione delle proprie risorse umane: le fasce maggiormente in difficoltà sono le donne e i giovani, mediamente, per altro, più istruiti.
In Italia, tra gli iscritti all’Università, solo il 30% raggiunge il diploma di laurea, di questa sparuta minoranza “di successo” solo una quota marginale segue la carriera accademica, il resto si rivolge al mercato del lavoro dipendente o autonomo. La transizione al lavoro risulta difficile per tutti e sostanzialmente affidata alle sole risorse individuali e delle famiglie, in una fase in cui il giovane si trova smarrito per la perdita di una identità non più assicurata dalla appartenenza, che dai primi anni scolastici accompagna il giovane studente, estraneo ad un mondo, quello del lavoro, i cui codici di comunicazione gli sono sconosciuti. Una nuova cultura del lavoro e nuovi skill professionali si impongono, in cui competenze chiave quali il pensiero creativo, il management di processi complessi e incerti, la capacità di fronteggiare il rischio delle intraprese, la capacità di utilizzare linguaggi e codici comunicativi multiculturali e pluridisciplinari, la capacità di generazione, raccolta, trattamento e retrieval dell’informazione costituiscono elementi ineliminabili.
Una seconda area di riflessioni occorre menzionare: la logica che affermava una relazione lineare tra sviluppo delle risorse umane e formazione è sempre più ampiamente messa in discussione. La concezione che vedeva la formazione come un processo essenzialmente di trasmissione di conoscenze sta cedendo il passo ad una visione complessa di ogni processo formativo.
Sulla base dei più recenti risultati della scienza della conoscenza, i processi di apprendimento, in qualsiasi fase della vita di un individuo, vengono intesi come processi iterativi tra set di conoscenze, di valori e di esperienze. La formazione d’aula vede dunque radicalmente ridimensionare il proprio ruolo e in genere la formazione esce da una sorta di riserva per incunearsi e integrarsi nelle dinamiche complessive di crescita dei singoli e delle organizzazioni.
La prodigiosa evoluzione delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione facilita i giovani nell’introduzione nel mondo del lavoro, essi infatti risultano essere maggiormente “in sintonia” con tali nuove tecnologie. Esse producono però un profondo mutamento nella concezione stessa di lavoro e di impresa, abbassano, per esempio, le barriere all’entrata, in numerosissime aree imprenditoriali. Reti di micro-imprese, operanti su dimensioni transnazionali e fortemente “brain-intensive” costituiscono forme sempre più diffuse.
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